I Vivi – Angelo Marino

Scarica il racconto gratuito

Quella notte non eravamo sole, mamma… Ricordi?

Bussavamo a quella porta con insistenza.

Stavamo osservando quella casa da lontano, poche notti prima. Una piccola casa come tante altre, l’unica differenza è che sembrava ci fosse un’aria di abbandono, per il resto era identica a tutte le altre in cui eravamo state.

Arrampicata su una collina, isolata, circondata da un piccolo steccato fatto con poche assi di legno rimediate qua e là. Nessun cane a fare da guardia e una piccola e debole luce che si intravedeva all’interno dell’abitazione.

In pieno inverno poteva trattarsi di un fuoco acceso per scaldare oppure di una luce elettrica…

No, impossibile che ci fosse ancora della corrente.

Mi ero avvicinata a quella finestra per guardare meglio dentro, volevo vedere chi ci abitasse, prima di entrare.

Non ci eravamo mai fatte grossi problemi prima di quella notte, se trovavamo una casa un po’ isolata entravamo e prendevamo in pochi minuti quello di cui avevamo bisogno, rapidamente e silenziosamente, per quanto possibile,, dopodiché tornavamo nell’ombra. Ancora una volta in fuga, di nuovo nascoste, ci ritiravamo nelle tenebre, in attesa del nuovo giorno. Di solito a ogni tappa ne approfittavamo per prendere qualcosa per noi.

Se trovavo un vestito che mi piaceva lo indossavo.

Una volta ricordo che trovai un bel vestito lungo, di una stoffa morbida e setosa.

Era un piacere toccarlo. La tentazione era fortissima e lo indossai quasi subito, senza pensarci.

Era molto abbondante per la mia corporatura, doveva misurare almeno due taglie in più della mia, tuttavia mi sembrava che mi stesse bene. Mi piaceva sentirmi elegante, così mi rimiravo in uno specchio lungo, girando attorno e muovendo i morbidi lembi del mio vestito, ricordando quando, pochi mesi prima, mi preparavo per uscire con lui, poco prima di quella notte.

Immaginai ancora i suoi dolci occhi blu che si posavano sul mio corpo, scrutando la mia pelle attraverso i vestiti leggeri e trasparenti che indossavo, per fargli intravedere poco per volta quello che gli tenevo nascosto. Passando accanto a una candela cedetti alla tentazione di accenderla.

Poi posai le mani tra i miei capelli, sollevandoli con un gesto lento e continuando a muovere i fianchi, perché dentro la mia testa continuavo a sentire quel dolce ritmo, quella canzone, così bella eppure così ripetitiva tanto che certe notti avevo creduto d’impazzire, di aver perso per sempre la ragione, nel tentativo di farla uscire dalla mia testa.

E lui la cantava, alzando il volume dello stereo in macchina, accarezzando il mio corpo con una mano mentre io gli baciavo il collo, per sentire il suo profumo, così forte e unico.

E continuavo a passare le mani tra i miei capelli

“Sono bellissimi,” diceva lui, senza mai smettere di guardarmi. “Hanno lo stesso colore del grano e della luce del sole.”

E io continuavo a rivivere quella scena nella mia mente, quelle poche ore d’amore, quei baci, quelle carezze, i suoi capelli neri come la notte e le sue braccia bianche e muscolose che mi avvolgevano facendomi sentire sua , unica e protetta, e pensando a lui continuavo a danzare, seguendo il ritmo di quella dolce canzone davanti allo specchio polveroso di quella soffitta…

Avevo quasi dimenticato dove mi trovassi.

Poi rividi il mio volto scarno davanti allo specchio e notai che con una delle mie unghie avevo ferito il mio volto.

Non smettevano mai di crescere ed erano così lunghe.

“Mamma,” gridò qualcuno dietro le mie spalle.

Ma un attimo dopo era già dietro di lei, per impedirle di parlare ancora, di cercare aiuto, di scappare, perché io ero dietro di lei, davanti a lei, intorno a lei, dappertutto in quella stanza.

E ripensai al mio corpo, così sottile eppure così rigido e forte, proprio come il ramo di un albero, che può passare attraverso un buco perché non occupa molto spazio, ma che se si avvolge intorno a una casa può romperne le mura.

Perché dopo quella notte ogni cosa era stata diversa, a partire dal mio modo di vedere il mondo. Sembrava che non ci fosse più nessuno.

Quei pochi rimasti non li avevo mai visti prima.

All’inizio avevo pensato di stare sognando. Stavo vivendo un lungo sogno dal quale prima o poi mi sarei destata. Era sempre notte, d’altronde, era naturale che pensassi di essere addormentata.

Poi sei stata tu, mamma, a dirmi come stavano le cose.

“Non è notte. Il sole è sorto da un pezzo, ma non siamo più in grado di vedere la luce”

Mi sedetti un attimo tentando di capire, era tutto così strano.

L’aria era spessa, come se fossimo sott’acqua, e tutto si muoveva in modo così lento.

Anche le foglie degli alberi e i semi dei soffioni portati dal vento parevano galleggiare nell’aria, come se non avessero alcuna intenzione di tornare a terra.

Affondando i piedi nudi nella terra bagnata non avvertivo alcuna particolare sensazione, se non la sorpresa del fatto di essere senza scarpe.

“Hai ancora paura di sporcare il vestito, non è così piccola mia?” mi hai detto ridendo.

E io ho visto che ti mancavano i denti e quei pochi che erano rimasti erano tutti neri.

Allora ho alzato un braccio per chiederti che cosa fosse accaduto.

“Non lo ricordi più? L’hai di nuovo dimenticato?”

Il mio braccio era così scarno e duro e si muoveva a scatti.

Mettendomi le mani tra i capelli mi ricordai che erano spettinati, ma d’altronde erano così pochi. L’ultima volta che li avevo pettinati stavo per incontrare lui.

E ci avevo messo quel morbido nastro che a lui piaceva tanto sfilare.

“Dove sono andati tutti?” ti chiesi.

“Tutti chi? Non c’è nessun altro oltre noi bambina mia”

A poco a poco il pensiero si riaffacciava nella mia mente.

Eravamo sole da molti anni.

Non c’era più nessuno di noi.

Dani e Papà erano scomparsi quella notte, insieme a lui.

Pochi attimi prima avevo osservato il suo sorriso, mentre si allontanava con la sua macchina nera, che rifletteva la luce della luna.

Era andato via dicendomi “Ti chiamo appena arrivo” e io gli avevo mandato un bacio che lui aveva ricambiato, spalancando i suoi occhi blu.

Voltandomi per rientrare in casa avevo desiderato che quegli attimi trascorsi in macchina con lui non finissero mai e che le ore che mancavano prima di rivederlo si trasformassero in una manciata di secondi.

Non c’era più. Non sapevo dove fosse andato, così come non sapevo dove fossero stati portati tutti gli altri.

Dei miei amici non ricordavo che poche cose oltre al loro nome.

Ero tornata più volte nelle loro case, ci andavo come di solito la brava gente fa quando va al cimitero, per accudire i propri morti, per far sentire loro che l’affetto è ancora vivo e che quello che hanno detto loro quella notte, mentre lentamente si spegnevano, lo pensavano veramente, nel profondo del cuore.

Mi sedevo alla loro tavola, dove qua e là c’erano ancora sparsi i piatti colmi di vivande.

Alcune sedie erano cadute in terra, i vetri erano rotti, tutto lasciava intuire che la casa era stata lasciata rapidamente, come se qualcuno li avesse spaventati e fossero dovuti fuggire in fretta, senza pensare a cosa indossare o a cosa dover portare via con sé…

Quanto tempo avrebbero dovuto trascorrere fuori?

Pochi secondi dopo averlo salutato entrai in casa.

Tu eri ancora sveglia, mamma, nel salotto come sempre.

“…fai sempre così tardi, finirà che ti licenzieranno,prima o poi.”

Mi dicesti borbottando.

“Che cosa fai ancora in piedi?”

“Dani e tuo padre non sono ancora rientrati. Sono un po’ in pensiero…” mi rispondesti.

Già, in effetti era strano, dal paese non ci volevano che quindici, venti minuti al massimo, per tornare.

Ti dissi di non preoccuparti.

Papà sicuramente si era fermato al bar con gli amici, per fare due chiacchiere, dopotutto era da parecchio che non usciva di casa, e Dani probabilmente stava dormicchiando sul tavolo del bar o in macchina. Presto sarebbero tornati.

“Siamo sole io e te, stanotte…”

Ma non eravamo sole.

Successe tutto in pochi istanti e di quei brevi attimi la mia memoria non ricorda che pochi particolari, un po’ come se la mia vita fosse cominciata il giorno dopo quella notte.

Un rumore forte, le grida della gente.

Poi vidi quella strana donna magra e dai vestiti laceri.

Camminava a scatti, come se i suoi arti fossero fatti di legno.

Un uomo stava tentando di lottare. Era il nostro vicino di casa, non mi era mai piaciuto molto.

Ogni volta che lo salutavo mi rispondeva a malapena, facendomi un cenno con la mano senza neppure guardare nella mia direzione.

Vidi quella strana donna immobilizzarlo. Sembrava indifeso come un moscerino tra le zampe di un grosso ragno che lo tiene immobile per parecchio tempo, come se volesse dimostrare la sua forza e l’impotenza della sua vittima, prima di aprirla e succhiarne le viscere.

Feci appena in tempo a vedere il mio vicino cadere al suolo, con il cranio aperto in due.

Un attimo dopo quella strana donna era di fianco a me. Ricordo i suoi occhi vuoti e la sua bocca aperta, piena di sangue.

Poi ricordo il dolore che provai mentre i suoi denti si infilavano nel mio cranio.

Un attimo dopo era caduta in terra, qualcosa l’aveva colpita con violenza.

“Scappa bambina mia!”

Mentre lottavi,quella creatura ti aveva ferito diverse volte. Poi finalmente, notai la scure di papà nel porticato davanti casa.

Con un colpo netto vidi la testa di quella creatura finire sul pavimento, in mezzo al salotto.

Io e te ci guardammo in faccia. Che cos’era accaduto?

Ci riparammo in cantina per il resto della notte e vi restammo anche il giorno dopo e il giorno dopo ancora… e così per settimane, vi rimanemmo chiuse senza muoverci, senza parlare, strette in un abbraccio sorto dalla paura che ci impediva di fare qualunque cosa, anche solo di aprire la bocca per respirare un po’ più forte.

E non avevamo bisogno di nulla, non ci serviva cibo o acqua, non avevamo bisogno di andare al bagno o di uscire a vedere la luce del sole.

Non so quanto tempo trascorremmo nascoste in quella cantina, ma quando uscimmo tutto era cambiato.

“Guarda mamma!” ti dissi mentre mi specchiavo.

Toccavo il mio volto, il mio corpo e osservavo i miei occhi spenti.

Poi guardai meglio anche lei, con un po’ più di luce.

Eravamo strane, sembravamo morte.

Quando ci affacciammo fuori dal porticato notammo che era successo qualcosa di incredibile.

Tutto ciò che c’era intorno a noi era andato distrutto, come dopo una guerra.

Giorni e giorni bussammo nelle case, con insistenza, in cerca di qualcuno, in cerca di qualcosa che ci spiegasse che cosa era accaduto. Ma non trovammo mai nessuno, prima di quel giorno.

Uno degli esseri come noi era uscito da una casa pochi istanti prima, barcollando trascinava il suo corpo lontano, in cerca di qualcosa.

Istintivamente sapevamo che non dovevamo temere quelli come noi, però ne avevamo paura comunque, e ogni volta che li vedevamo correvamo a nasconderci da qualche parte.

Dentro quella casa c’era un grande specchio e vi vidi qualcosa riflesso. Oltre al mio corpo scarno vidi gli occhi spaventati di un piccolo bambino che si nascondeva dietro la porta di un armadio. Accadde quel giorno per la prima volta. Vidi il mio corpo muoversi quasi da solo, come il riflesso involontario del ginocchio che viene colpito dal martello del medico.

Con un gesto rapido tirai fuori dal nascondiglio quella piccola creatura e gli affondai i denti nel capo, mentre si dibatteva somigliava a un trota appena tirata fuori dal fiume. E io mi sentivo così bene… in quei brevi attimi avevo dimenticato tutto quello che ci era successo, anche il suo volto e i suoi occhi che mi mancavano tanto, quanto li avevo cercati nei giorni passati.

“Non potete farlo,” disse qualcuno alle nostre spalle.

Era quello come noi, stava tenendo te, mamma, per un braccio. Tu tentavi di divincolarti, ma lui era più forte.

“Dobbiamo portare i sopravvissuti al sicuro. Ce ne sono rimasti troppo pochi e noi siamo in tanti, dobbiamo razionarli e trovare una soluzione,” proseguì quello, lasciandoti andare.

Noi lo guardammo spaventate e sorprese allo stesso tempo, mentre ci raccontava tutto quello che era successo.

Quelli come noi erano dappertutto, adesso, e sebbene fossero in pochi, erano comunque la maggioranza.

Quelli come noi erano divisi in squadre di caccia e cercavano i Vivi, per portarli tutti in un posto sicuro dove non avrebbero potuto fuggire.

Fuggire da dove? Chiesi io. Se erano tutti come noi, dove mai sarebbero potuti andare?

“Devono stare al sicuro da quelli che non sanno niente come voi o dai cacciatori di frodo che continuano a mangiarli lo stesso, nonostante tutto.”

Quello fu l’inizio per noi…

Accadde tantissimo tempo fa, quindi non abbiamo scusanti, mamma, per quello che abbiamo fatto.

Eravamo a conoscenza della situazione da tantissimo tempo, ma noi abbiamo liberamente deciso di stare da sole, io e te, per tutti questi anni, sempre nascoste, nella perenne ombra. Sapevamo che i Vivi erano stati riportati nelle loro case e che compravano la loro libertà in cambio di alcuni sacrifici. Li avevamo visti più volte, mentre restavamo nascoste nell’ombra, consegnare i loro figli appena nati a quelli come noi, per poter tenere con sé i figli più grandi, per continuare a fingere di avere una famiglia. Alcuni si rifiutavano, ma poi cambiavano sempre idea, se si vedevano portar via i figli a cui erano affezionati, o la moglie, o i genitori.

Li avevamo visti tante volte tirare un sospiro di sollievo appena quelli come noi si allontanavano, mentre restavamo nascoste, in attesa del momento più opportuno, entravamo nelle loro case, proprio mentre loro erano in lacrime per il figlio nato da pochi giorni al quale avevano dovuto rinunciare. Entravamo silenziosamente, muovendoci come animali che conoscevano la loro casa, senza produrre alcun rumore, senza farli spaventare, senza far loro del male, perché non meritavano di soffrire, e uno per volta li prendevamo tutti, trasformando le loro delicate vite in calore dentro il nostro freddo e rigido corpo.

E così, allo stesso identico modo, accadde quella notte, quando attendevamo con impazienza fuori da quella casa. Non so che cosa esattamente cambiò, quella notte. Tu sembravi nervosa, mamma, ricordi?

Avevo voluto guardarci dentro lo stesso, mentre tu dicevi che non era il momento di perdere tempo, e avevi ragione. Non so se fu per quello o per l’esitazione che ebbi quando all’improvviso lo vidi, di fronte a me, passeggiarmi accanto senza neppure notarmi… mentre si abbassava per stringere la sua donna e accarezzarle il volto e baciarle il capo, così dolcemente.

E lei gli sorrideva, mentre lui spalancava i suoi occhi blu.

Un attimo dopo tu tentavi di trascinarmi via da quella casa, perché qualcuno ci aveva visti. Qualcuno come noi che ci stava cercando da diversi giorni, perché ci voleva eliminare, noi, i cacciatori di frodo. Ma io ero come ipnotizzata da quel volto, dal suo sorriso, dai suoi occhi ancora così blu che per tutti quegli anni mi avevano tormentata, rimanendo praticamente l’unico ricordo della mia Vita. Ecco cosa cambiò quella notte.

Rimasi là senza muovermi, a fissarlo da dietro i vetri, senza che neppure lui si accorgesse della mia presenza, neppure mentre mi dibattevo, per non farmi portare via, neppure mentre tu mi gridavi “Scappa bambina mia, loro sono qui!”

Angelo Marino