In Tempesta – Il Terzo Viaggio di Capitan Jesamiah Acorne

Martedì, 1 Ottobre

Jesamiah Acorne, ventiquattro anni, capitano della Sea Witch, sedeva cullando tra le mani un boccale quasi vuoto di rum, osservando vacuo le gocce di cera di candela che si erano indurite in disegni intricati sul fianco di una bottiglia di vetro verde. La stessa candela stava fumando, inclinata su un lato, come se fosse stata ubriaca. Tanto ubriaca quanto Jesamiah.

Per forse dieci secondi non notò i due furfanti trasandati dal volto tetro che si sedettero sulla panca di fronte a lui. Uno dei due allungò una mano e spense la fiamma tremolante, spingendo poi a lato la bottiglia. Jesamiah sollevò lo sguardo, osservandoli con la medesima vacuità con cui aveva osservato i rivoli rappresi di cera.

Uno degli uomini, quello che indossava un vecchio cappellaccio tricorno in feltro e un orecchino d’oro che dondolava dal suo lobo sinistro, appoggiò le braccia al tavolo, intrecciando le dita insozzate di catrame e polvere da sparo. L’altro, un uomo dai capelli rossi con una barba non dissimile a un nido d’uccelli abbandonato e rovinato dal tempo, estrasse un pugnale dal fodero alla sua cintura, iniziando poi a pulirsi le unghie rotte e spezzate con la punta.

“Ti stavamo cercando, Acorne,” disse l’uomo con l’orecchino.

“E mi avete pure beccato, o no?” strascicò Jesamiah. Aveva abbandonato il suo usuale accento colto, e si abbandonò alla parlata chiusa di un comune mozzo. Era un ottimo imitatore, aveva un talento naturale nell’imparare accenti e cadenze tonali. Sapeva anche quando comportarsi da gentiluomo e quando da sempliciotto.

Vuotò il suo boccale, sollevandolo poi per fischiare all’indirizzo di Nan-Non-Dice-No, una sgualdrina piena come un galeone spagnolo, i cui fascini la tenevano tanto occupata quanto la sedia di un barbiere.

Ancheggiò verso Jesamiah, la parte superiore del suo corpo era parzialmente esposta e i suoi abbondanti seni dondolarono accanto al volto di lui mentre la donna si chinava a versargli dell’altro rum.

“E per i tuoi amici?” chiese, con un cenno del volto nella loro direzione.

“Non sono amici miei,” rispose Jesamiah, sollevando il boccale per assaggiare il liquore appena versatogli.

L’uomo con l’orecchino mosse il capo in uno scatto, indicando a Nan di andarsene. Lei sospirò sprezzante, allontanandosi, lasciandosi indietro la sua risata profonda e rimbombante, non appena un altro uomo attirò la sua attenzione pizzicandole l’ampio didietro.

“Ma per dire meglio, Acorne, è che è Teach quello che ti sta cercando.”

Con una mezza alzata di spalle, Jesamiah finse noncuranza; “Non è che mi sto nascondendo, Gibbens. Sono qui ancorato al porto di Nassau da diverse settimane.” Da agosto, in effetti, se si escludeva la sua breve gita a Hispaniola – un’esperienza che Jesamiah stava cercando di lasciarsi alle spalle e dimenticare. E da lì, il rum.

Aye, abbiamo sentito che hai firmato l’amnistia e ci hai lasciato le palle in mano a Governatore Rogers.” Gibbens ringhiò, accompagnando le parole a un gesto crudo ed esplicito sulle sue parti basse.

“Mollato la pirateria?” Barba Rossa – Rufus – sbuffò mentre raggruppava un grumo di saliva e tabacco nella sua bocca per poi lanciarlo sul pavimento. “Ti sei rammollito, eh? Hai il barile a secco, eh? Hai perso le palle, eh?” Aggiunse poi, con malizia, “A Edward Teach non ce ne fregava niente delle favole di pace del governo, né di uno stramaledetto perdono.” Conficcò il pugnale nel piano del tavolo di legno, dove vibrò, tanto minaccioso quanto l’uomo che lo brandiva.

Non è ciò che ho sentito, pensò Jesamiah, senza però dire nulla. Non aveva alcuna intenzione di avvicinarsi a Edward Teach, meglio noto come Barbanera – sebbene Cuore Nero sarebbe stato altrettanto appropriato. Persino la feccia e i miscredenti che giravano nei Caraibi in cerca di bottino facile evitavano quel feroce pirata che era Barbanera.

Oltretutto, Jesamiah non era più un pirata. Proprio come aveva detto Gibbens, aveva firmato con il suo nome nel libro rilegato in pelle di Governatore Rogers e aveva accettato il perdono reale di Sua Maestà Re Giorgio. Ed era precisamente quello il motivo per cui non aveva niente di meglio da fare che starsene seduto in quella taverna a bere rum: la pirateria, saccheggiare, razziare, niente di tutto questo faceva più parte di lui, non più. Ora, Jesamiah Acorne, capitano della Sea Witch, aveva una donna che stava per sposare, una fortuna sostanziosa che avrebbe finalmente potuto cominciare a godersi, se solo avesse saputo come spenderla, e la dubbiosa reputazione di chi stava diventando un uomo ozioso.

Era anche annoiato.

“Ci devi qualcosa, Acorne,” disse Rufus. “E Teach vuole che paghi il debito.”

Jesamiah sollevò il boccale alla bocca e finse di bere. Era ubriaco sino a poco prima, ma era tornato lucido e sobrio come una pietra ghiacciata nel preciso momento in cui quelle due carogne si erano sedute al suo tavolo. Ma non avrebbe lasciato che lo capissero; sarebbe stato più al sicuro se avesse finto il contrario, poiché Rufus e Gibbens, il nostromo di Teach, portavano guai. Chiunque scegliesse di propria volontà di far parte della ciurma di Teach doveva essere o pazzo quanto un uomo che avesse placato la propria sete con acqua marina, o doveva avere le cervella ormai cotte dal sole. Nel caso dei due degenerati lì presenti, entrambe le possibilità erano applicabili. Erano idioti che prendevano a cazzotti prima e facevano le domande dopo, e se avessero continuato a credere Jesamiah ubriaco, era meno probabile che errassero nell’usare cautela.

Altri due uomini strisciarono fuori dall’oscurità fumosa e si fermarono dietro Jesamiah. Erano così vicini che lui riuscì a sentire il puzzo nauseante dei loro corpi mai lavati e il loro alito cattivo. Fece una smorfia quando uno di loro scoreggiò rumorosamente.

Gibbens ringhiò, mostrando una collezione a metà di denti anneriti. “Il nostro capitano vuole quello che ci devi, Acorne. Ci hai affondato la nave. Quindi ci devi pagare per lei. In un modo o nell’altro.” Annuì, con un solo cenno discreto in direzione degli uomini dietro Jesamiah – e l’inferno si scatenò in terra.

Mentre uno dei due stava per afferrarlo alla spalla, lui si levò in piedi, la sua mano destra ad afferrare la sciabola al fianco sinistro, estraendo la lama da una cinghia di bronzo a tracolla. La panca su cui era seduto venne rovesciata, e con la mano sinistra sollevò il tavolo, spingendolo contro Rufus e Gibbens, che reagirono un battito d’ali troppo tardi.

I riflessi di Jesamiah erano affilati, veloci e precisi. Voltandosi per metà alla sua destra in un unico movimento fluido, sollevò la sciabola verso l’alto e squarciò il volto di uno degli uomini dietro di lui. Il sangue sgorgò in una fontana di rosso appiccicoso, accompagnato da un grido di dolore e protesta. Continuò a voltarsi e la lama, raggiunta la fine del suo arco, scese nuovamente in avanti per il peso del proprio stesso movimento, amputando il braccio del secondo uomo tanto efficientemente quanto un coltello caldo affonda nel burro.

Un passo oltre per pulire la propria arma dal sangue sul cappotto di uno degli uomini caduti, Jesamiah chinò il capo in segno di saluto verso Gibbens e Rufus, che si stavano dimenando, furiosi, da dove erano rimasti intrappolati sotto al tavolo.

“Dite a Teach che se mi vuole parlare, dovrà venire di persona. Non faccio affari con le sue scimmie.” Jesamiah rinfoderò nuovamente la sciabola, si chinò a recuperare il suo cappello da dove era caduto e, dopo aver lanciato una moneta a Nan, uscì dalla taverna come se nulla fosse stato. La sua mente, tuttavia, era in subbuglio.

Teach non era un buon nemico da avere. Era imprevedibile, selvaggio e vendicativo. Voci narravano che avesse sparato alla sua stessa madre per il prezzo di una bottiglia di rum. E una volta a settimana, per mantenere l’ordine nella sua ciurma, impiccava o sparava a uno di loro. Ma per quanto riguardava mare e pirateria, Jesamiah era un ottimista: Teach aveva un solo difetto – era solitamente tanto sbronzo quanto Bacco stesso. Se riusciva a spararti, era per tua cattiva sorte – nove volte su dieci non stava che prendendo la mira verso l’immagine sfocata della sua vista inebriata. Tutto ciò che Jesamiah avrebbe dovuto fare sarebbe stato solamente rimanere sobrio, farsi i fatti propri e guardarsi le spalle.

Prossimamente per Catnip Edizioni