Memorie dal Lago dei Perduti, libro primo: Il canto di Lilitu

Ricordo che quand’ero piccolo venne data una grande festa, c’era moltissima gente. Erano tutti vestiti bene e le donne erano estremamente gentili, erano tutti raccolti all’interno della sala da ballo che, mai come quella sera, era stata così viva e allegra. Mio padre disse che aveva intenzione di farci esplorare il castello. Voleva che ogni assurda leggenda sanguinaria che circolava sul nostro castello dall’aspetto fiabesco venisse scoperta sciocca e infondata. Quella sera propose così di fare un gioco. Tutti gli invitati sarebbero entrati nelle stanze di tutto il castello e avrebbero appeso dei fazzoletti colorati alla finestra di ogni camera. Mio padre sperava che, in tal modo, venissero dimenticate le voci il paese che parlavano di camere segrete all’interno del castello, qualcuno avanzava addirittura l’ipotesi che in alcune di esse si nascondessero dei demoni.
Quella notte, tuttavia, le cose non andarono come mio padre aveva sperato. Gli invitati, eccitati dal vino, avevano apprezzato l’idea del gioco, ponendo un fazzoletto all’interno di ogni stanza e probabilmente utilizzandone qualcuna per scambiarsi qualche invito all’insaputa di mogli e mariti. Tuttavia, sebbene il clima della festa fosse assolutamente euforico, quando giunse il momento di uscire nel prato fuori dal castello e vennero scoperte diverse finestre prive di fazzoletti colorati, il morale degli ospiti mutò all’improvviso.
Inutilmente cercarono le stanze alle quali corrispondevano. Non era neppure possibile entrare dall’esterno, a causa dell’altezza della torre. Così mio padre convinse gli altri di essere all’oscuro del mistero che circondava la struttura del nostro castello, lui stesso che viveva all’interno di una dimora infernale. Gli ospiti maledissero la nostra casa, dichiarando che essa fosse l’anticamera delle potenze infernali e che il signore di quel castello non potesse essere altro che un demone egli stesso. Mio padre furioso inveì contro tutti e li cacciò dal castello.
Da quel giorno non fu più lo stesso. Cominciò a bere, davvero molto. Dopo il tramonto era quasi sempre ubriaco, spesso così tanto da maledire la servitù e rompere i piatti del servizio più pregiato che avevamo in casa. Una volta lo vidi parlare di qualcosa con il giardiniere, ma non sentivo che cosa dicevano. Sentii uscire dalle sue labbra le parole “maledizione” e “maschi”, poi il giardiniere corse urlando fuori dalla stanza e non tornò mai più.
Mio padre, in balia dell’alcol e abbandonato da tutti, peggiorava di giorno in giorno. Diverse notti, mentre lo spiavo nel buio del corridoio, lo osservavo nelle sue stanze immerso nella penombra. Sembrava giocasse a carte con qualcuno, ma non c’era nessuno accanto a lui, eppure egli conduceva di fatto dei veri e propri dialoghi con i suoi sfidanti immaginari.

Memorie dal Lago dei Perduti
Il canto di Lilitu

Daniel Rivers