Orme Fantastiche – Prefazione

Come definire il termine fantasy? Forse ragionando sul suo termine opposto, realtà.

La realtà è il contrario del fantastico. Eppure, allo stesso tempo, definirlo in questo modo implica che il fantastico, la fantasia, non esista, non sia reale. E questo non è vero. La fantasia esiste nel momento in cui si fa materia manipolabile, organismo pulsante a cui attingere per dare forme nuove a una realtà che, il più delle volte, si dimostra limitante e statica. Il fantasy invece, per definizione, è potenzialmente infinito e senza dubbio mutevole. E non solo al suo interno, in cui spesso l’essenza di mondi e creature è data proprio dalla loro capacità di cambiare forma, ma anche nella definizione stessa del genere letterario.

Il fantasy viene spesso visto come una fuga dalla realtà di tutti i giorni, una fuga intesa proprio come un lancio in un universo che con la realtà non ha nulla a che vedere. Un rifugio lontano dai problemi, dalle ansie, e dalla degenerazione del mondo reale. J.R.R. Tolkien non sarebbe d’accordo. La maestosità della sua opera magna, Il Signore degli Anelli, ha così tanti livelli di lettura da non poter nemmeno essere catalogata all’interno di un target di vendita: è un’epica fantastica, certo, ma per ragazzi o per adulti? Un’opera di speranza scritta in un secondo dopoguerra assai concentrato sul tema del crollo dei valori fondamentali. Un’opera con radici così profonde da farci credere, forse sperare, che la Terra di Mezzo sia una volta realmente esistita.

Il fantasy efficace, quello che appassiona, che prende il lettore per mano, lo fa sedere e gli dice “Rifletti!”, è difficile, forse impossibile, da catalogare. È un genere che affronta gli stessi temi di tanti altri generi letterari, ma lo fa con la grazia e la potenza inarrestabile della fantasia. Temi forti, come quelli del Male o della Morte o della Lotta, ma anche temi apparentemente meno epici, come la difficoltà della comunicazione, l’accettazione del diverso, la manipolazione della mente, la reazione di fronte all’ignoto.

Il racconto fantasy, inoltre, è una forma di narrazione particolare: il limite di parole da poter utilizzare spinge l’autore a valutare ogni termine, a determinarne importanza e peso, a compiere scelte stilistiche e drammaturgiche a cui, in un romanzo, avrebbe prestato minore attenzione. Costringe l’autore a ragionare e analizzare, a lavorare non solo sul suo manoscritto ma anche su se stesso, sulle sue priorità, sul messaggio che desidera inviare. È in questo modo che nascono piccole storie autoconclusive, come l’incredibile ed esilarante avventura della protagonista di Omnia Vincit Amor, ma anche finestre su mondi di cui si intravede la grandezza e la maestosità, ma solo attraverso una piccola anta socchiusa; cosa c’è dunque nel mondo esterno oltre il fiume di fuoco che attraversa Lo Straniero? E che destino attende il mondo di Figlia in seguito al suo gesto estremo? Cosa farà la protagonista di Tessuti dopo la sua incredibile scoperta, e come sarà la vita di Vatra nel mondo al di fuori dei claustrofobici ambienti di Fuoco e ghiaccio?

L’abilità dell’autore risiede proprio in questo: mantenere un equilibrio precario tra mistero e spiegazione, tra ciò che viene mostrato e ciò che viene solo accennato, lasciando il lettore allo stesso tempo soddisfatto e curioso di saperne di più. E qui subentra l’originalità, quel qualcosa in più che diventa fondamentale per emergere dal coro. Ecco quindi che in Ritornare a casa non ci viene mostrato nulla più di un gruppo di persone che parlano e parlano e parlano, e vediamo – no, comprendiamo – il mondo solo attraverso i loro discorsi; non ci viene mostrato nulla, siamo umili ascoltatori, ma la narrazione è solida, vivida, coerente. Oppure Anima Mundi, che guadagna forza quando il punto di vista si sposta su quelli che pensavamo sarebbero stati solo amorfi antagonisti e che invece dimostrano di essere i personaggi meglio costruiti e caratterizzati. Del mondo di Fuoco e ghiaccio, invece, non sappiamo quasi nulla; lo spaccato d’azione a cui assistiamo sembra essere l’inizio di un romanzo di formazione che non leggeremo mai (forse), in cui gli elementi del fantastico sfociano nell’horror e danno vita a situazioni e personaggi, in particolare quelli secondari, che colpiscono come pugnalate allo stomaco.

Il fantasy può essere tante cose. Può essere la magia naturale degli elementi, o quella legata alla scienza delle ucronie steampunk. Può appoggiarsi alla familiarità dei pilastri che ci hanno preceduto, o creare mondi nuovi e straordinari, bellissimi e terribili, partoriti dalla più fervida immaginazione. Può attingere a quelli che nei decenni sono diventati i cliché del genere, o smontarli con consapevole e brillante ironia. Può mostrare, o solo raccontare. Può avere a che fare con famiglie reali e tradimenti che influenzano interi regni, o con il bambino di un povero villaggio a cui il mondo ha ancora molto da insegnare.

In questa antologia c’è tutto questo, dietro l’umiltà della realizzazione. Briciole delle infinite sfaccettature che il fantasy è in grado di offrire. Sette interpretazioni del genere scaturite dalle anime creative di sette autori diversi con sette voci chiaramente distinte. Siamo sicuri che almeno una di queste voci saprà lasciarvi con il desiderio impellente di averne ancora.

Preparate l’equipaggiamento, dunque, e buon viaggio.

Luisa Zanin

editor e traduttrice per Catnip

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